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from Crónicas del oso pardo

Soy tan guapo, que cuando mi madre me trajo de la clínica, dice mi abuela que se iluminó la casa con los tonos del arco iris. Y eso que mi abuela, la madre de papá, no era fan de mi madre. Aún así, le dijo:

-Ya era hora de que terminaras algo bien.

Imagínense cómo estaría la cuestión, y cómo sería yo, para que hubiera paz ese día. Y sin darme cuenta, seguí mejorando. Un día un poquito, otro día otro, y así semana a semana hasta llegar al presente.

Dice la Dra. Leblanc, que me ayudó a nacer, que mi padre al verme se arrugó de envidia y se encogió cuando observó mis perfectos atributos. Lo siento, no quise ofenderlo, pero esa es la vida y no la inventé yo. Da más a los que más tenemos.

Pero al crecer, me fui dando perfecta cuenta de que empecé a caerme un poquito mal. Yo sabía que para eso estaban mi papá y mis hermanos, pero aún así, a veces remaba a favor de ellos.

No era un inconsciente: yo quería ponerme en mi lugar. Aunque la naturaleza se había pasado de frenada, decidí, con algo de carácter, poner límite a la situación. No sabía cuándo ni cómo, pero lo haría. Lo que me convenció para ponerme manos a la obra fue lo que se desencadenó el viernes pasado cuando estacioné el Bentley en el Hotel París de Montecarlo. Muchachas y señoras, también algún turista, me estrujaron para hacerse fotos abrazándome. Sinceramente, yo no sé si esto es acoso pero de inmediato vi que se me iba subiendo la vanidad al punto que me dieron ganas de darme un puñetazo para que despertara y comprendiera que la belleza no lo es todo.

No lo hice, porque me esperaba mi mamá para el té y no quería que me viera despeinado. Además, qué culpa tiene ella de que yo no me soporte, cuando ella puso todo de su parte al parirme, para que yo naciera de este modo; o sea, así.

Y con tal de no verla sufrir, intentaré no enmendarme.

 
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from Geopedagogia

La Macedonia del Nord è un paese che vive sospeso tra due ombre: quella lunga di Alessandro il Grande e quella, più recente ma altrettanto ingombrante, del dopo‑Tito. Due eredità che non potrebbero essere più diverse, e che tuttavia convivono nella psicologia collettiva del paese. Da un lato il mito dell’eroe conquistatore, simbolo di grandezza e di espansione; dall’altro la memoria di un sistema che ha garantito stabilità, ordine, appartenenza, ma che ha anche congelato le identità in un mosaico amministrato dall’alto. È in questa tensione che si gioca il destino della Macedonia contemporanea. E, come sempre, è nella prima infanzia che si decide se un popolo saprà trasformare le proprie eredità in futuro o se resterà prigioniero delle proprie nostalgie.

L’eredità di Alessandro non è un semplice riferimento storico. È un mito fondativo, un’aspirazione, un orizzonte di grandezza che continua a esercitare una forza simbolica enorme. Ma è anche un peso. Perché nessun paese moderno può realisticamente misurarsi con un impero che ha raggiunto l’India. Eppure, la Macedonia del Nord vive costantemente nel confronto con ciò che è stata o che crede di essere stata. È un popolo che porta dentro di sé una tensione irrisolta tra la volontà di essere riconosciuto come erede di una civiltà antica e la necessità di trovare un posto credibile nel mondo contemporaneo. Questa tensione attraversa la politica, la cultura, la diplomazia. Ma soprattutto attraversa l’educazione.

Il dopo‑Tito ha lasciato un’eredità opposta: un sistema che ha garantito coesione attraverso la gestione centralizzata delle identità. La Jugoslavia non chiedeva ai popoli di essere grandi, ma di essere ordinati. Non chiedeva di espandersi, ma di convivere. Non chiedeva di desiderare, ma di funzionare. La Macedonia ha interiorizzato questa logica: un’identità amministrata, prudente, spesso timorosa di affermarsi per non disturbare equilibri fragili. È una psicologia che ancora oggi si percepisce: un popolo che oscilla tra orgoglio e cautela, tra aspirazione e autocensura, tra desiderio di riconoscimento e paura del conflitto.

In questo scenario, l’educazione della prima infanzia diventa un campo strategico. Perché è lì che si decide quale delle due eredità prevarrà. Se quella titanica di Alessandro, che spinge verso l’affermazione, la creatività, la proiezione; o quella post‑jugoslava, che tende alla gestione, alla moderazione, alla rinuncia. I bambini non ereditano solo una lingua o una cultura: ereditano una postura verso il mondo. E la Macedonia del Nord, oggi, deve decidere quale postura vuole trasmettere.

La prima infanzia è il luogo in cui un popolo stabilisce se vuole essere protagonista della storia o se preferisce essere amministrato da altri. È il momento in cui si formano la fiducia, il desiderio, la capacità di immaginare. Un paese che educa i propri bambini alla prudenza e alla sopravvivenza produrrà cittadini adattivi, ma non creativi. Un paese che educa alla possibilità produrrà cittadini capaci di trasformare il proprio destino. La Macedonia del Nord si trova esattamente in questo bivio. Da un lato la tentazione di ripiegarsi, di considerarsi troppo piccola per aspirare a qualcosa di più. Dall’altro la possibilità di recuperare la propria energia storica, non come nostalgia imperiale, ma come capacità di immaginare un futuro autonomo.

Il mito di Alessandro può essere una risorsa se diventa un simbolo di apertura, di curiosità, di incontro con il mondo. Può essere un ostacolo se diventa un rifugio identitario, una compensazione per un presente percepito come insufficiente. Allo stesso modo, l’eredità post‑Tito può essere una risorsa se offre stabilità e coesione, ma diventa un limite se soffoca il desiderio. La prima infanzia è il punto in cui queste due forze si incontrano e si trasformano. È lì che si decide se un bambino crescerà con l’idea che il mondo è un luogo da esplorare o un luogo da temere.

La Macedonia del Nord non è condannata a scegliere tra grandezza e amministrazione. Può costruire una terza via: un’identità che riconosce la propria storia senza esserne prigioniera, che valorizza la propria pluralità senza temerla, che educa i propri bambini non alla nostalgia, ma alla possibilità. Ma questa scelta non avverrà nei palazzi del potere. Avverrà nelle scuole dell’infanzia, nelle famiglie, nei primi anni di vita. È lì che un popolo decide se vuole continuare a esistere nella storia o se preferisce essere definito dagli altri.

La Macedonia del Nord ha una storia troppo ricca per accontentarsi della gestione. E ha un futuro troppo fragile per rifugiarsi nei miti. La sua forza, oggi, dipende dalla capacità di educare una generazione che non viva all’ombra di Alessandro né sotto il peso del dopo‑Tito, ma che sappia trasformare entrambe le eredità in un progetto nuovo. È nella prima infanzia che questo progetto può nascere. Ed è lì che si gioca il destino del paese.

 
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from Geopedagogia

Gli Stati Uniti sono nati da un paradosso: un popolo convinto di essere stato scelto da Dio per guidare il mondo, ma al contempo ossessionato dal timore di non essere all’altezza della propria missione. È il retaggio calvinista che ha plasmato la psicologia americana più di qualsiasi evento storico. Nel calvinismo, la salvezza è predestinata, ma l’individuo deve dimostrare, attraverso il successo terreno, di essere tra gli eletti. Da qui nasce l’ansia strutturale americana: la necessità di provare continuamente il proprio valore, di confermare la propria eccezionalità, di non fallire mai. È una tensione che ha alimentato, per secoli, l’espansione, l’innovazione, la conquista. Ma oggi quella tensione si è trasformata in un peso insostenibile.

Il popolo americano appare depresso non perché manchino ricchezze o opportunità, ma perché è venuto meno il nesso tra successo e missione. Per la prima volta nella sua storia, l’America dubita di sé stessa. Non sa più se è ancora l’eletta. Non sa più se il mondo la vuole, se la storia la riconosce, se il suo ruolo è ancora necessario. È una crisi teologica prima che politica. Una crisi di vocazione. Il 29% degli americani e delle americane ha una diagnosi clinica di depressione. Gli Stati Uniti stanno vivendo un collasso della propria psicologia strategica: non riescono più a credere nella propria inevitabilità.

Questa depressione collettiva si riflette in modo drammatico sulla prima infanzia. Perché è nei primi anni che un popolo trasmette la propria visione del mondo. Per generazioni, i bambini americani sono cresciuti immersi in un immaginario di possibilità illimitate. L’America era il luogo in cui tutto poteva accadere, dove il destino era aperto, dove il futuro era una promessa. Era un’educazione intrisa di calvinismo secolarizzato: devi dimostrare di essere speciale, ma puoi esserlo davvero. Oggi quella promessa si è incrinata. I bambini crescono in un paese che non sa più raccontarsi. Gli adulti non credono più nella missione americana e quindi non possono trasmetterla. Il risultato è una generazione che percepisce il mondo non come un campo di possibilità, ma come un luogo di minacce, incertezza, precarietà.

La depressione di un popolo si manifesta sempre nella sua infanzia. Non nei discorsi politici, non nei sondaggi, ma nei bambini che non ricevono più un orizzonte. L’America, che per decenni ha esportato ottimismo, oggi esporta inquietudine. Il calvinismo, che un tempo forniva una struttura di senso, oggi si rovescia nel suo opposto: non più la certezza di essere eletti, ma il sospetto di essere decaduti. Non più la missione, ma la colpa. Non più la spinta a conquistare il mondo, ma la paura di perderlo.

In questo contesto, la prima infanzia diventa un indicatore geopolitico. Un popolo che non riesce a educare i propri bambini alla fiducia non può restare una potenza storica. Perché la potenza non è solo militare o economica: è la capacità di immaginare il futuro e di convincere gli altri che quel futuro è desiderabile. Gli Stati Uniti hanno costruito la loro egemonia sulla narrazione di un destino manifesto. Oggi quella narrazione è incrinata. E un popolo che non crede più nella propria missione non può trasmetterla ai propri figli.

La crisi americana, dunque, è anche una crisi pedagogica. Non perché manchino scuole o risorse, ma perché manca una storia da raccontare. La prima infanzia è diventata il luogo in cui si percepisce la frattura tra ciò che l’America è stata e ciò che non riesce più a essere. Bambini cresciuti in un clima di ansia non possono incarnare l’eccezionalismo che ha reso gli Stati Uniti ciò che sono stati. Possono diventare competenti, produttivi, tecnologicamente avanzati. Ma non saranno portatori di una missione. E senza missione, un popolo non è più un popolo: è una popolazione.

La depressione americana non è irreversibile. Le grandi nazioni attraversano cicli di smarrimento e rinascita. Ma la direzione che prenderà dipenderà da ciò che accade oggi nelle scuole dell’infanzia, nelle famiglie, nei primi anni di vita. Se gli Stati Uniti riusciranno a ritrovare un senso, lo faranno attraverso una nuova generazione educata non alla paura, ma alla possibilità. Se invece continueranno a trasmettere incertezza, allora la loro crisi non sarà un episodio, ma un destino.

La geopolitica, in fondo, non nasce nei palazzi del potere. Nasce nei primi anni di vita, quando un bambino impara se il mondo è un luogo da conquistare o un luogo da cui difendersi. L’America ha costruito la propria potenza sulla prima idea. Oggi rischia di educare alla seconda. E da questa scelta dipenderà il suo futuro più di qualsiasi strategia internazionale.

 
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from EpicMind

Pieter Claesz: Vanitasstillleben mit Selbstporträt

Wir wissen meistens ziemlich genau, was uns guttäte. Weniger vergleichen. Mehr schlafen. Den Feierabend nicht mit E-Mails verbringen. Und dennoch handeln wir regelmässig gegen diese Einsichten – nicht aus Schwäche, sondern weil zwischen dem Verstehen und dem tatsächlichen Leben eine Lücke klafft, die sich mit noch mehr Wissen nicht schliessen lässt. Was also fehlt? Der französische Philosophiehistoriker Pierre Hadot hat darauf eine unerwartete Antwort gegeben: Übung. Nicht Theorien und Argumente, sondern Praxis, Wiederholung, Training. Eine Antwort, die die Antike schon kannte und die wir, so Hadot, weitgehend vergessen haben.

Pierre Hadot (1922–2010) hat dieser Lücke sein Lebenswerk gewidmet. In Philosophie als Lebensform und seinen Studien zur antiken Praxis entwickelt er eine These, die einfach, aber auch unbequem ist: Die Philosophie der Antike war keine Theorie über das gute Leben, sondern eine Praxis, die darauf abzielte, dieses Leben tatsächlich zu führen. Wer bei Epikur oder Seneca nach Lehrsätzen sucht, verpasst den eigentlichen Punkt. Ihre Texte sollten nicht in erster Linie verstanden, sondern eingeübt werden.

Das Leiden wohnt in der Bewertung, nicht im Ereignis

Hadot spricht in diesem Zusammenhang von „spirituellen Übungen“ (exercices spirituels). Gemeint sind damit keine religiösen Praktiken, sondern Denk- und Wahrnehmungsübungen: lesen, schreiben, sich erinnern, Dinge anders benennen, Situationen gedanklich vorwegnehmen. All diese Tätigkeiten verfolgen ein gemeinsames Ziel: Sie sollen unsere Art verändern, die Welt zu sehen – und damit auch unsere Reaktionen auf sie.

Die Diagnose dahinter ist schlicht. Viele unserer belastenden Emotionen entstehen nicht aus den Dingen selbst, sondern aus den Bewertungen, die wir ihnen zuschreiben. Eine kritische Bemerkung wird zur Kränkung. Ein verpasster Termin zum Beweis eigener Unzulänglichkeit. Die Gehaltserhöhung des Kollegen zum Zeichen des eigenen Stillstands. Für die Stoiker – und Seneca ist hier besonders deutlich – war klar: Wer so reagiert, leidet nicht primär an äusseren Umständen, sondern an bestimmten Überzeugungen darüber, was im Leben zählt. Das heisst nicht, dass äussere Güter bedeutungslos wären. Aber wer Anerkennung oder Komfort zur Voraussetzung eines gelungenen Lebens erklärt, wird zwangsläufig verletzlicher. Nicht weil diese Dinge schlecht wären, sondern weil sie sich unserer Kontrolle entziehen.

Zwei Lehrer, zwei Zugänge – ein gemeinsames Ziel

Seneca und #Epikur verfolgen dabei unterschiedliche Wege, die sich produktiv ergänzen. Seneca ist der praktische Pädagoge: Er empfiehlt, sich regelmässig Phasen freiwilliger Einfachheit auszusetzen – einige Tage mit schlichter Kleidung, einfacher Nahrung, reduziertem Komfort. Nicht als Selbstkasteiung, sondern als Training. Wie fühlt es sich an, ohne diese Annehmlichkeiten zu leben? Was geschieht mit meiner Angst vor ihrem Verlust? Wer die Erfahrung macht, dass vieles Vermeintlich-Unentbehrliches in Wahrheit verzichtbar ist, verliert einen Teil seiner Abhängigkeit davon. Senecas Briefe sind voll solcher Verdichtungen. Sie sollen nicht nur überzeugen, sondern verfügbar sein, gewissermassen als gedankliche Werkzeuge für schwierige Situationen.

Epikur denkt stärker als Theoretiker des Begehrens. Er unterscheidet zwischen natürlichen und leeren Begierden: Hunger zu stillen ist notwendig, der Wunsch nach einem aufwendig zubereiteten Gericht gehört bereits in eine andere Kategorie. Je stärker wir unsere Zufriedenheit an solche Zusatzbedingungen knüpfen, desto fragiler wird sie. Die Übung besteht darin, diese Unterscheidung im Alltag einzuüben – nicht als Entsagung, sondern als Schärfung: Was brauche ich wirklich, und was halte ich nur für nötig, weil ich es gewohnt bin?

Was beide verbindet: Sie verschieben den Bezugspunkt, von dem aus wir Ereignisse beurteilen. Eine Absage bleibt unangenehm, doch sie verliert ihren Charakter als persönlicher Makel. Ein Verlust bleibt ärgerlich, ohne gleich als Katastrophe zu erscheinen.

Wo diese Philosophie an ihre Grenzen stösst

An diesem Punkt ist Ehrlichkeit angebracht. Denn der Einwand, der sich aufdrängt, ist nicht trivial: Wer innere Haltung trainiert, trainiert vielleicht vor allem Anpassung. Wer lernt, Kritik gelassener zu nehmen, macht sich unter Umständen gefügiger gegenüber Verhältnissen, die Kritik verdienen würden. Wer mit weniger zufrieden ist, kämpft vielleicht weniger für mehr. Die stoische Übung kann – in bestimmten Kontexten – zur Zumutung werden: Halt still, und nenn es Weisheit.

Hadot weicht diesem Einwand nicht aus, aber er verschiebt ihn. Die Übungen betreffen das, was sich unserer direkten Kontrolle entzieht – nicht die Verhältnisse selbst, sondern unsere Reaktion auf sie. Sie ersetzen keine Therapie, keine strukturellen Reformen, keine politischen Kämpfe. Wer unter einem ungerechten Arbeitsverhältnis leidet, braucht keine Atemübung, sondern veränderte Verhältnisse. Aber: Nicht jede Situation lässt sich ändern. Und selbst dort, wo Veränderung möglich wäre, hilft es, nicht von jedem Gegenwind aus der Bahn geworfen zu werden. Beides hat seinen Platz – das Einwirken auf die Welt und das Einüben der eigenen Haltung ihr gegenüber.

Einsicht allein genügt nicht

Vielleicht erklärt das auch, weshalb Einsicht so selten ausreicht. Wir wissen, was uns guttut – und tun es nicht. Wir wissen, wie wir gelassener reagieren könnten – und ärgern uns dennoch. Der Sonntagabend wird am Bildschirm vergeudet, obwohl wir uns etwas anderes vorgenommen hatten.

Der Unterschied zwischen Wissen und Können liegt nicht in besseren Argumenten, sondern in Wiederholung, in Praxis, im Einüben unter Bedingungen, die einem etwas abverlangen. Für Hadot war Philosophie deshalb weniger ein System von Aussagen als eine tägliche Praxis. Ein Training der Aufmerksamkeit, der Bewertung, der Erwartung. Die Frage, die bleibt, ist simpel: Wenn wir wissen, dass Einsicht nicht genügt – warum üben wir dann nicht?


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Literatur Pierre Hadot (2002): Philosophie als Lebensform. Antike und moderne Exerzitien der Weisheit. Frankfurt: Fischer.

Bildquelle Pieter Claesz (1596/1597–1661): Vanitasstillleben mit Selbstporträt, Germanisches Nationalmuseum, Nürnberg , Public Domain.

Disclaimer Teile dieses Texts wurden mit Deepl Write (Korrektorat und Lektorat) überarbeitet. Für die Recherche in den erwähnten Werken/Quellen und in meinen Notizen wurde NotebookLM von Google verwendet.

Topic #Selbstbetrachtungen | #Philosophie

 
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from Geopedagogia

In Europa, i popoli piccoli e medi vivono in una condizione di esposizione permanente. Non perché minacciati da eserciti alle frontiere, ma perché immersi in un ambiente culturale che tende a uniformare, a rendere intercambiabili le identità, a dissolvere le differenze. È un processo lento, quasi impercettibile, che non produce shock ma erosioni. Alexander Kojève, filosofo della fine della storia, avrebbe riconosciuto in questo scenario la sua intuizione più radicale: la possibilità che un popolo smetta di produrre storia e venga assorbito in un ordine più grande, più efficiente, più indifferente. Per Kojève, la storia non è una sequenza di eventi, ma la lotta per il riconoscimento. Quando questa lotta si spegne, quando il desiderio si appiattisce, quando la politica si riduce ad amministrazione, allora la storia finisce. Non nel senso apocalittico, ma in quello più inquietante: la fine della storia coincide con la fine dei popoli che non hanno più nulla da rivendicare.

In questo quadro, l’educazione della prima infanzia non è un settore tecnico, né un servizio tra gli altri. È il primo fronte della sopravvivenza culturale. È il luogo in cui un popolo decide se continuare a esistere o se consegnarsi alla gestione altrui. L’infanzia è il momento in cui si formano le strutture profonde dell’identità: la lingua che diventa naturale, le storie che diventano credibili, i simboli che diventano familiari, l’immaginario che diventa possibile. È lì che si stabilisce quale mondo un bambino percepirà come proprio e quale come estraneo. È lì che un popolo trasmette le sue aspirazioni o le perde.

Le grandi potenze lo sanno bene. Per questo investono nell’infanzia: non per altruismo, ma per garantire la continuità del proprio modello di mondo. Chi non lo fa, delega ad altri la formazione del proprio futuro. Le comunità periferiche, invece, spesso importano modelli educativi, linguistici e culturali senza interrogarsi sulle conseguenze. È un gesto che sembra moderno, aperto, cosmopolita. In realtà è un atto di resa. Perché ogni modello educativo porta con sé un’idea di bambino, di cittadino, di società. Adottarlo senza adattarlo significa accettare che qualcun altro definisca ciò che si è e ciò che si diventerà.

Kojève descriveva la fase post-storica come un’epoca in cui gli esseri umani vivono senza desiderio, senza progetto, senza conflitto. Una società pacificata, ma anche anestetizzata. È un rischio che riguarda soprattutto i piccoli popoli, che tendono a confondere la neutralità con la modernità. Quando l’educazione della prima infanzia diventa un apparato tecnico, standardizzato, amministrato, accade qualcosa di decisivo: la lingua si impoverisce, la cultura si riduce a competenze, il desiderio si appiattisce, l’immaginario si omologa. È la normalizzazione. Il momento in cui un popolo non viene più riconosciuto perché non ha più nulla da rivendicare.

Se prendiamo sul serio Kojève, allora l’educazione della prima infanzia è un atto politico nel senso più alto: non partigiano, ma strategico. Significa trasmettere la lingua come infrastruttura del pensiero, custodire simboli e rituali come continuità storica, coltivare il desiderio come motore della trasformazione, formare bambini capaci di riconoscere e riconoscersi, costruire un immaginario che permetta di restare un popolo. Non si tratta di chiudersi. Si tratta di non dissolversi. Un popolo che non educa secondo le proprie aspirazioni non diventa più moderno. Diventa più fragile.

Ogni generazione si trova davanti a un bivio: continuare la storia o lasciarsi amministrare. L’infanzia è il momento in cui questa decisione diventa irreversibile. Perché è lì che si forma la capacità di desiderare, di immaginare, di progettare. È lì che un popolo decide se vuole esistere ancora. Kojève ci ricorda che l’umano non è garantito. Nemmeno il popolo lo è. L’educazione della prima infanzia è il luogo in cui una comunità sceglie se restare nella storia o se consegnarsi alla gestione altrui.

In un mondo che tende alla standardizzazione, l’infanzia è l’ultimo spazio in cui un popolo può affermare la propria differenza. Non per nostalgia, ma per sopravvivenza. La storia non perdona i popoli che smettono di desiderare. E il desiderio, quello che apre mondi e costruisce il futuro, nasce sempre nei primi anni di vita.

 
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from REM is Dreaming of...

DeGoogling is pretty difficult to do.

I've been an Android user since around 2010, and I started using Gmail back when it was in beta and you needed an invite to sign up... That was around 2005... So 21 years of using a single email service. I also had my photos and videos backed up on G Photos and a bunch of files and backups in G Drive.

I have put in months of effort untangling my online life and freeing it from Google services. Once I finally went through and downloaded my entire Photo library and exported most of the content off of Drive, I honestly felt a sense of liberation. Suddenly I was in control of my own content. It was surreal to experience it.

If you are curious how to free yourself from Google and use more privacy-centric services, I looked no further than Proton. I signed up for a Proton email address a few years ago, and started liking it so much that I ended up subscribing. Now that I'm (mostly) off google, I subscribed to their premium service. So I have a hefty cloud drive, a bunch of email addresses that go to one inbox, plus a high quality VPN and password manager.

Sometimes I feel a bit uneasy about having all these services connected to one account, because that is what I am trying to free myself from... The other side of that is that Proton doesn't mine every bit of data I give to it so that it can serve me ads, the way Google does... The other selling point is that Proton is a Europe-based company, and not a techno-feudalistic mega-corp that controls basically ALL of the information. DeGoogling is only enhanced by moving to European web services.

In case you are wondering the process I took to DeGoogle, here is a rough list of steps... 1. Sign up for an alternative email service (like Proton) 2. Go to https://takeout.google.com and go down the list. Choose data that you want packaged up and provided to you. I HIGHLY recommend doing multiple requests, one for each service you want to save. 4. Unpack that data and save it to a hard drive, or where ever you plan to keep that data. 5. In Google Drive, go through and clean it out. Make sure to check the “Computers” section first. If you've ever used google drive to back up devices, all that data is stored there and it's a HUGE amount of data. 6. Go through Gmail, searching for before a certain date, and start deleting. Use this in the searchbar:“before:YYYY/MM/DD” then press the option “Select all conversations that match this search” to make it easier. 7. Unsubscribe from Google One. Stop paying them money.

 
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